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L’Indonesia, àncora e trampolino del sud-est Asiatico

Il sottosviluppo è stato praticamente sconfitto.
Ora è necessario migliorare l’assetto del paese.
L’Italia può svolgere un ruolo efficace e redditizio.

L’Indonesia, àncora e trampolino del sud-est Asiatico

di Romeo Orlandi, Economista, esperto di Estremo Oriente, Vice Presidente Associazione Italia-Asean

La transizione indonesiana si presenta lunga, incerta, contraddittoria, promettente. Tutto ciò costituisce una sfida redditizia e ineludibile per le aziende italiane e il Sistema Paese nel suo complesso. Le dimensioni e la storia dell’Indonesia non lasciano dubbi al riguardo.

Con 260 milioni di abitanti, l’Indonesia è il quarto paese al mondo per popolazione, la 16^ economia, il più popoloso paese musulmano, un gigante politico e militare nell’Oceano Pacifico.

Dopo la caduta del regime di Suharto nel 1998, che per 31 anni aveva consegnato il paese ad un rigido blocco ideologico filo-occidentale, le riforme sono procedute ad intermittenza. Il Paese doveva liberare le sue enormi potenzialità, soffocate da un’appartenenza politica che non ammetteva deroghe. In realtà l’Indonesia ha grandi dotazioni e titaniche potenzialità inespresse. Abbonda di risorse e di energia, la terra è fertile, la posizione geografica è vantaggiosa, la popolazione è giovane. Le riforme politiche – quelle più necessarie per il decollo del paese – si sono succedute con sufficiente impatto. Tutti gli analisti internazionali convergono sulla lentezza del cambiamento ma anche sull’efficacia delle misure prese. Il Paese sta demolendo il mantello che l’aveva protetto e che contemporaneamente non l’aveva proiettato verso una crescita costante come registrato dalle Tigri asiatiche. Ora invece le riforme hanno avuto luogo: una nuova legge è più attraente per gli investitori internazionali, gli investimenti pubblici risentono di logiche puramente economiche, la burocrazia è ridimensionata. Anche il recentissimo richiamo di Sri Mulyani Indrawati come Ministro delle Finanze è un segnale forte della volontà di consolidare il cambiamento. Le credenziali dell’ex manager della Banca Mondiale garantiscono un intervento più radicale nella riforma della macchina economica e costituiscono una sfida per gli apparati più conservatori. In via generale si registra nel paese un clima molto più incline al business internazionale: la comunità cinese (tradizionalmente volano dell’economia) non è più vessata, il ruolo dei militari è stato ridotto, l’informatica e l’inglese sono sempre più diffusi, la vita democratica è ormai consolidata.

La necessità più impellente per il governo è consolidare la crescita economica.

Dopo anni di oscillazione tra il 6 ed il 7% di incremento annuale, il Pil è cresciuto soltanto del 4,9% nel primo semestre del 2016. Si tratta ovviamente di valori di tutto riguardo, anche se le ambizioni economiche hanno risentito soprattutto dalla flessione della Cina.

Pechino infatti è un acquirente consolidato di risorse indonesiane, come il carbone e l’olio di palma. Jakarta ha nel medio-lungo periodo l’obiettivo strategico di trasformare le risorse naturali invece che esportarle.

La letteratura economica è testimone del maggior valore aggiunto creato dall’industria rispetto all’agricoltura. È un passaggio obbligato per tutti i Paesi che hanno sconfitto il sottosviluppo. Su questo versante la meccanica strumentale italiana può svolgere un ruolo nevralgico. Costituisce, insieme alla produzione più sofisticata come quella della Germania, la scorciatoia più collaudata per la creazione di valore attraverso la costruzione di un moderno tessuto industriale. In generale, l’export italiano verso l’Indonesia non corrisponde ai requisiti di qualità e prestigio ad esso associati. Soltanto lo 0,3% dell’export nazionale si dirige verso l’Indonesia, anche se questo valore andrebbe in realtà pressoché raddoppiato per l’intermediazione commerciale svolta da Singapore.

Un altro versante economico che presenta notevoli opportunità è quello delle infrastrutture. Il Paese ha una necessità cruciale di dotarsi di una rete in grado di collegare tutto il suo immenso territorio (17.508 isole per una superficie di quasi 2 milioni kmq), per avviare economie di scala, decongestionare le grandi città, ridurre le grandi disuguaglianze sociali. Si tratta per le aziende italiane – sia società di ingegneria e costruzione che del sistema casa – di intercettare l’enorme flusso di investimenti e commesse che derivano da fondi indonesiani, grandi multinazionali, istituzioni finanziarie multilaterali.

Non va infine trascurata l’impressionante crescita della classe media indonesiana, liberata di vincoli economici e sociali del basso reddito. Ne potrebbero trarre vantaggio soprattutto i beni di consumo italiani. Il loro prestigio è ben superiore al valore export che non ha ancora raggiunto i livelli di altre metropoli asiatiche.

All’orizzonte è immaginabile un rafforzamento di 2 fattori che le aziende ritengono fondamentali: la stabilità e la crescita. L’Indonesia negli ultimi 2 decenni ha consolidato la propria centralità nell’Asean e nello scacchiere estremo-orientale. Del blocco regionale di 630 milioni di persone è indiscutibilmente il perno per la sicurezza nella più vasta arena del Mar Cinese meridionale, dove tutti i paesi rivieraschi stanno cercando di mantenersi nel difficile equilibrio tra l’amicizia con gli Stati Uniti e la buona vicinanza con la Cina, ormai imprescindibile dal punto di vista economico.


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