Overview

Business

Il business sentiment delle aziende italiane in Cina nell’era post-Covid

Asian Development Prospects and challenges under the Pandemic
Shanghai, Maggio 2020.
Articolo di Mattia Marino, CEO, Ambrosetti (Beijing) Consulting Ltd.

 

Il business sentiment delle aziende italiane in Cina nell’era post-Covid

Il 9 Maggio 2020, ho avuto l’occasione di partecipare come relatore al webinar “Asian Development Prospects and Challenges under the Pandemic” (Le prospettive di sviluppo in Asia e le sfide della pandemia, ndt), in concomitanza con la presentazione del Boao Forum for Asia 2020 Flagship Report. Il webinar ha visto anche la partecipazione dell’ex governatore della Banca Popolare Cinese Zhou Xiaochuan, ed è stato moderato dal Segretario Generale Li Boaodong.

Sono stato invitato a fornire una prospettiva sugli investimenti italiani in Cina durante la pandemia e in seguito.

Avendo il compito di rappresentare la gran parte della business community del nostro Paese attiva in Cina, ho scelto di condurre una breve intervista preparatoria ai membri della Community Ambrosetti | Settore Cina.

Si tratta di un campione che ben rappresenta le società italiane di maggiori dimensioni e più affermate in Cina, quindi ho ritenuto che il loro contributo potesse rendere il mio intervento più significativo per il pubblico del webinar.

Stanti le attuali limitazioni alla mobilità e dato che molti professionisti sono ancora bloccati all’estero (che dal mio punto di vista significa fuori dalla Cina continentale), ho dovuto ricorrere a una serie di chiamate su WeChat e Zoom, rendendomi conto che possono essere ottimi strumenti per comunicare con le menti brillanti con cui si ha consolidato un rapporto di fiducia. Li ringrazio per aver condiviso il loro pensiero in tutta franchezza e in modo estremamente chiaro.

Segue un riassunto di quella che è stata la mia relazione a un pubblico di economisti di caratura internazionale, ambasciatori di nazioni asiatiche in Cina, Africa e Medio Oriente, e rappresentanti delle aziende asiatiche che fanno parte del Boao Forum for Asia.


Lo scoppio dell’epidemia di coronavirus ha trovato un’Italia già in forma non smagliante, reduce da un 2019 che aveva visto il PIL in flebile crescita dello 0,3% (contro l’1,3% medio della zona euro), il tasso di disoccupazione al 9,7% e un aumento delle esportazioni pari al 2,3% rispetto al 2018, con conseguente perdita di terreno per quanto riguarda la quota mondiale.

Il curriculum poco convincente di un Paese debole e impreparato ad affrontare l’epidemia che l’ha colpito lo scorso febbraio: ben prima del lockdown di inizio marzo i CEO delle controllate italiane di stanza in Cina erano assediati dalle richieste di informazioni.

All’epoca, ovvero a metà/fine febbraio, le controllate cinesi delle società italiane (e delle società di altri Paesi, naturalmente) erano già tornate operative nella nuova normalità post-Covid, con un nuovo bagaglio di competenze ed esperienze. Gestivano da remoto gli aspetti legati alla salute e sicurezza dei dipendenti secondo rigide misure, ideate e messe a punto in passaggi successivi per consentire l’accesso in stabilimento e in ufficio a operai e impiegati; la maggior parte di loro effettuava già i controlli sui fornitori e acquistava le mascherine e altri dispositivi di sicurezza necessari alla riapertura delle sedi.

Cosa dobbiamo fare? Voi come avete fatto?
Queste le domande più frequenti.

Poco dopo, sono stati invitati a presiedere o indirizzare i comitati di gestione delle sedi centrali per aiutare la casa madre a orientarsi nel clima di incertezza. Poi la pandemia è dilagata in Europa e America, e si è capito che il problema non era solo della Cina, come sembrava all’inizio, ma di tutti quanti.

Le stime del nostro think tank interno relative al PIL italiano a fine 2020 indicano -8,5%, con il 17% circa delle aziende che affronterà tensioni finanziarie di vario tipo, da carenze di liquidità fino anche al fallimento. Questo naturalmente comporterà di conseguenza che anche alcune aziende italiane che hanno investito in Cina si troveranno in difficoltà finanziarie e potrebbero essere costrette ad abbandonare o interrompere le attività. Viaggiare è complicato e il Covid-19 ha già cambiato l’operatività delle aziende in tutto il mondo: le chiamate su Zoom hanno ormai preso il posto delle riunioni in presenza, e il sensibile calo delle trasferte internazionali è destinato a non essere recuperato nemmeno quando l’emergenza sanitaria sarà risolta. I trasfertisti all’estero diminuiranno complessivamente di numero ma, proprio per questo, riacquisiranno il proprio ruolo originale:

torneranno a essere gli sherpa del mercato, gli esperti di riferimento dell’intera organizzazione per le decisioni relative al mercato,
le persone di fiducia del CdA.

Investimenti italiani in Cina

È opinione dei manager locali che il Covid-19 imprimerà alcuni cambiamenti sul fronte degli investimenti italiani in Cina, che possiamo distinguere come segue:

  • Aziende che esportano lo stile di vita italiano in Cina. Sono aziende che producono prevalentemente in Italia e non registreranno novità: marchi del lusso che hanno fatto del Made in Italy la propria bandiera, eccellenze gastronomiche, vini, gioielli, cosmetici di fascia alta, auto sportive di lusso. Prima del Covid la Cina rappresentava uno dei mercati chiave per queste realtà, e la situazione rimarrà la stessa. È anzi possibile che alcuni di loro, nei sei mesi a venire, registrino un’impennata delle vendite nella Cina continentale, per il semplice motivo che, non viaggiando, i consumatori acquisteranno più sul posto.
  • Aziende che producono o assemblano in Cina ma la cui anima tecnologica risiede nella casa madre (o in generale in un altro Paese). Queste ditte dovranno adeguarsi: come la pandemia ha messo bene in luce, la ricerca ad ampio raggio del minore costo di produzione possibile in presenza di una supply chain globale è un approccio rischioso che non consente all’azienda di riposizionarsi in caso di dislocazione del sistema. Le aziende che appartengono a questa categoria possono essere ulteriormente divise in due gruppi:
    • Da un lato, quelle che hanno come cliente il consumatore finale o soprattutto il B2B cinese, e che con ogni probabilità dovranno ragionare sullo stabilire una sede di produzione/assemblaggio in ognuno dei tre mercati principali: in Italia per l’Europa, in Cina per l’Asia e negli Stati Uniti per il doppio continente americano. Sarà loro richiesta anche una certa flessibilità per le differenziazioni specifiche tra le varie regioni.
    • Dall’altro lato, quelle che fanno parte di una filiera integrata di aziende multinazionali. Queste dovranno necessariamente seguire i clienti principali, anche qualora questi decidano di delocalizzare oltre il confine cinese. O in alternativa, e più probabilmente, espandere la propria produzione là dove gli americani, i giapponesi o chi del caso sceglierà di espandersi.
  • Aziende dell’high tech. Su queste, che sono spesso imprese statali, si riverserà la pressione politica degli alleati strategici del nostro Paese, specie nel caso di aziende legate a tecnologie centrali quali il 5G e la ricerca farmaceutica e biotecnologica, e soprattutto i settori che orbitano intorno alla sicurezza nazionale. Queste aziende pativano già “una certa pressione” dovuta all’inasprimento della faida commerciale tra Washington e Pechino. L’emergenza Covid e le accuse reciproche tra i poli opposti di questa nuova guerra fredda non faranno che gettare benzina sul fuoco e acuire le tensioni.

Nel complesso, se giocherà bene le sue carte, la Cina uscirà dalla pandemia di coronavirus economicamente rafforzata (per aver gestito il virus per prima, e meglio) e più assertiva da un punto di vista geopolitico, per aver aiutato gli altri Paesi sia guidandoli nella lotta al contagio durante l’emergenza sanitaria, sia aprendo linee di finanziamento che compensassero la contrazione economica.

Le imprese italiane dovranno dare prova di saggezza e non perdersi nei meandri della contrapposizione geopolitica sino-americana, che da parte Usa proseguirà a prescindere da quale sarà l’esito delle presidenziali del prossimo novembre. Schierandosi, da qualunque lato, l’Italia ha solo da perdere. Il nostro Paese dovrà invece restare ancorato all’ambito economico: la culla della crescita del mercato in questo secolo (e probabilmente nel prossimo) è e rimarrà principalmente l’Asia, e il coronavirus ha agito da catalizzatore, accelerando la rivoluzione di questo continente.

Dal canto suo, alla Cina basterà quel poco di saggezza per evitare mosse false e la sconfitta a una partita già vinta.

Ritengo che i tempi siano maturi perché la Cina faccia meno mistero della propria leadership politica all’interno dei processi decisionali, assumendo maggiormente un ruolo di guida e rassicurando gli investitori aziendali. Infatti, ora che il controllo dei rischi è divenuto imprescindibile, prima di ampliare gli investimenti sarà necessario avere visibilità sui cambiamenti futuri dell’ambiente di investimento.


Articolo di Mattia Marino, CEO, Ambrosetti (Beijing) Consulting Ltd.




Lascia un commento

I commenti, i dati personali (nome e/o pseudonimo) e qualunque altra informazione personale inserita dall’interessato saranno diffusi sul sito web in adempimento alla richiesta espressa dall’interessato. Vd. Informativa completa.
Per presa visione e accettazione

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Apprezziamo i vostri commenti. Ci riserviamo di rimuovere le frasi ritenute offensive.