20 Marzo 2026

Il nuovo approccio dell’Amministrazione USA alla ricerca scientifica: quali opportunità e rischi per l’Europa?

Il primo anno di Amministrazione Trump ha segnato un deciso cambio di approccio alla ricerca scientifica, che ha significato innanzitutto una netta discontinuità in termini di finanziamento federale. Il quadro della situazione è stato analizzato da TEHA Group, nell'ambito della Community Life Sciences.


La ricerca scientifica negli Stati Uniti, tra tagli al budget e incertezza

I dati del 2025 segnalano infatti la cancellazione di oltre 7.400 grant federali, che ha comportato una diminuzione di risorse per un valore complessivo superiore a 19 miliardi di dollari, di cui circa 17,5 miliardi concentrati nel settore delle Scienze della Vita. Inoltre, i nuovi grant erogati dalla National Science Foundation (NSF) e dal National Institutes of Health (NIH) risultano in calo di oltre il -20% rispetto alla media storica, mentre le borse di dottorato segnano una contrazione del -26%, che arriva addirittura al -57% nelle discipline Life Sciences.

Oltre alla riduzione delle risorse, è in atto un cambiamento qualitativo nei criteri di allocazione dei fondi, sempre più influenzati da discrezionalità politica e incertezza. Questo introduce un elemento di imprevedibilità che espone ricercatori e istituzioni a interruzioni dei finanziamenti, a un aumento degli oneri amministrativi e al rischio di esclusione per gli ambiti ritenuti non prioritari dall’agenda governativa.

Ma questi cambiamenti sono sufficienti a rendere l’Europa e l’Italia realmente attrattivi per la ricerca scientifica in ambito Life Sciences? Il quadro delineato va infatti interpretato con cautela. Gli Stati Uniti mantengono una struttura di ricerca senza pari a livello globale, sostenuta da una pluralità di fattori: l’elevato livello degli investimenti privati in ricerca da parte delle imprese (che finanziano il 69,6% della spesa nazionale in R&S), il mercato del venture capital più sviluppato al mondo, una rete matura di trasferimento tecnologico e un modello federale che consente ai singoli Stati di compensare almeno parzialmente i tagli federali. Nel complesso, questi elementi continuano a rendere il sistema statunitense più resiliente di quanto i soli tagli federali lascerebbero supporre.  


Cresce il malcontento, ma non c’è una fuga di massa verso l’Europa

La crescente instabilità e la riduzione dei finanziamenti pubblici hanno certamente inciso sul sentiment della comunità scientifica. Secondo un’indagine di Nature, oltre il 75% dei ricercatori dichiara di valutare opportunità al di fuori degli Stati Uniti. Alcuni segnali concreti emergono già: le candidature ai grant dello European Research Council da parte di ricercatori basati negli USA sono aumentate del +117% (da 160 a 347), mentre le domande per le borse Marie Skłodowska-Curie Actions hanno registrato un incremento del +185% (da 350 a 998) in un anno. Trattandosi di candidature e non dell’effettivo numero di ricercatori finanziati, che potrebbe risultare invariato rispetto agli anni precedenti, questi dati rappresentano soprattutto segnali di attenzione, più che della prova di uno spostamento strutturale di talenti su larga scala.

La percentuale di ricercatori che effettivamente lascia gli USA per l’Europa è storicamente marginale e non vi sono elementi per ritenere che questa dinamica possa cambiare radicalmente. Il sistema americano continua infatti a conservare vantaggi strutturali profondi: massa critica, qualità delle università e dei centri di ricerca, accesso ai capitali privati e integrazione tra ricerca e impresa. Appare quindi più corretto parlare di una maggiore disponibilità a considerare alternative all’estero che di una vera e propria fuga di cervelli. 


Il problema è strutturale: Europa e Italia non sono ancora attrezzate per essere realmente competitive

Questa opportunità rischia però di essere sopravvalutata se non viene confrontata con i limiti strutturali dell’ecosistema europeo. Il divario con il sistema statunitense si misura anzitutto nella spesa in ricerca e sviluppo. Gli Stati Uniti investono circa il 3,5% del PIL (823 miliardi di dollari), con una forte componente privata, mentre l’Europa si attesta intorno al 2,1% del PIL (507 miliardi di dollari), con eterogeneità tra gli Stati membri. Sullo sfondo avanza la Cina, che nell’ultimo decennio ha aumentato esponenzialmente i propri investimenti in ricerca, raggiungendo livelli vicini a quelli americani (781 miliardi di dollari).

A confermare il gap ci sono anche i dati brevettuali. Se quindici anni fa i richiedenti europei rappresentavano il 19% dei brevetti globali, in linea con la quota statunitense (21%) e davanti alla Cina (13%), oggi il quadro è cambiato nettamente: la Cina è salita al 48%, mentre gli Stati Uniti sono scesi al 14% e l’Europa al 9%.

A questo si sommano criticità strutturali ormai note, come la frammentazione dei programmi, una governance poco coordinata tra livello europeo e nazionale, nonché percorsi di carriera e livelli retributivi spesso non competitivi. Il problema, dunque, non è soltanto attrarre talenti, ma offrire loro un contesto in cui possano lavorare e crescere in modo competitivo.

In sintesi, la fase che attraversa oggi il sistema della ricerca statunitense offre all’Europa, e all’Italia, un margine di opportunità che sarebbe sbagliato ignorare, ma altrettanto sbagliato sopravvalutare. L’obiettivo realistico non dovrebbe essere quello di intercettare un esodo che, nei fatti, non si sta ancora verificando, ma di utilizzare questa congiuntura per rafforzare la capacità europea di trattenere e valorizzare i talenti già presenti, favorire rientri strategici e costruire, nel tempo, un ecosistema più competitivo. In questo scenario, iniziative come Choose Europe, con un budget di 874 milioni di euro per il triennio 2025-2027, rappresentano un segnale politico rilevante, ma il vantaggio del modello statunitense rimane ampio e, senza un deciso salto di qualità europeo, il rischio è che i talenti eventualmente attratti si trovino in contesti poco capaci di valorizzarli, e finiscano per riorientarsi altrove nel medio periodo.