24 Giugno 2026
Negli ultimi 25 anni l’Italia ha generato appena 9.000 aziende innovative, meno della metà di Germania, Francia e Spagna, nonostante sia la prima economia europea per PMI manifatturiere. A evidenziarlo è la ricerca “Le grandi tecnologie del futuro: nuovi paradigmi per economia, sicurezza e società. Verso una strategia di techshoring per l'Italia” di TEHA Club e InnoTech Hub, iniziative di TEHA Group.
Lo studio considera cinque macrotrend tecnologici strategici su cui investire per la competitività̀ dell’Italia di domani (energia e acqua; AI e quantum; robotica e sistemi autonomi; biotecnologie e materiali avanzati; difesa, spazio e sicurezza) e si pone come obiettivo quello di definire una strategia di techshoring: una politica industriale che allinei le catene del valore nazionali ai grandi trend tecnologici globali, attraendo capitali e competenze per fare dell’Italia un hub di innovazione.
“Se guardiamo al posizionamento nell’ecosistema internazionale dell’innovazione industriale, l’Italia dispone di asset reali e riconosciuti: una base scientifica eccellente, infrastrutture di ricerca di rilievo internazionale, competenze industriali radicate in territori a forte vocazione produttiva. La catena che dovrebbe collegare conoscenza, tecnologia e mercato tende però a interrompersi nei passaggi intermedi, disperdendo un potenziale che altre economie stanno invece capitalizzando”, spiega Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di The European House - Ambrosetti e TEHA Group. “La soluzione è compiere scelte mirate, costruendo sulle eccellenze esistenti e sviluppando ecosistemi capaci di attrarre e trattenere capitale, talenti e innovazione. Il futuro tecnologico dell’Italia sarà quindi il risultato di scelte, investimenti mirati e capacità di visione”.
Il primato dell'Italia sulla manifattura non si traduce in innovazione
Con oltre 338.000 imprese, l'Italia è il primo Paese europeo per numero di PMI manifatturiere davanti a Francia (257mila) e Polonia (240mila). Il tessuto produttivo è organizzato attorno a 115 distretti industriali, che mostrano livelli di produttività superiori del 20% rispetto alla media manifatturiera nazionale. Questo nonostante negli ultimi vent'anni l'Italia abbia perso il 36% dei propri distretti industriali (erano 181) con una contrazione più accentuata nelle aree già periferiche.
In termini di innovazione, a trainare sono le grandi imprese che, pur rappresentando solo l'1,3% delle aziende distrettuali, generano quasi la metà della spesa in innovazione. In venticinque anni, inoltre, il Paese ha generato appena 9.000 aziende innovative, contro le 328.500 degli Stati Uniti e le 65.500 del Regno Unito nello stesso periodo.
A pesare è anche la fuga dei talenti: su 119.000 laureati STEM all'anno (4° posto in Europa), 20.000 scelgono di migrare. Sul fronte della domanda di lavoro, lo studio ha analizzato 1,6 milioni di annunci pubblicati in 15 mesi: solo 2 offerte su 100 riguardano le cinque tecnologie strategiche, pari al 2% del mercato. C'è però un segnale positivo: mentre il mercato del lavoro complessivo si contrae (-0,3% mensile), la domanda di professionisti specializzati nelle tecnologie di frontiera cresce del +4,2% ogni mese.
L'eccellenza tecnologica italiana è concentrata in pochi poli lungo l'asse Torino-Milano-Bologna-Roma. La produzione scientifica nelle cinque tecnologie strategiche si addensa a Milano, Padova, Bologna, Roma e Napoli, unica città del Sud inclusa tra i poli scientificamente produttivi: insieme a Pisa, il capoluogo campano mostra una specializzazione di rilievo in robotica e AI applicata. La capacità brevettuale si concentra, invece, tra Milano, Torino, Bologna e Roma e lo stesso schema si ripete sul fronte del talento: in Lombardia, Piemonte, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna si concentrano i primi poli di assunzione in tutte e 5 le tecnologie strategiche. Il Mezzogiorno resta ai margini dell'ecosistema dell'innovazione.
Le proposte di TEHA Club e InnoTech Hub per convertire l’eccellenza in innovazione industriale
La ricerca individua i passaggi critici in cui la filiera dell'innovazione italiana si interrompe.
- Il primo è il ponte tra ricerca e brevetto: le carriere accademiche dipendono da criteri costruiti attorno alle pubblicazioni, con il risultato che solo il 3% della produzione scientifica diventa brevetto.
- Il secondo è il gap tra brevetto e impresa: gli Uffici di Trasferimento Tecnologico hanno metà del personale della media europea e operano spesso come uffici legali, privi delle competenze di business development.
- Il terzo è il rapporto tra impresa e scaling: non manca il capitale in senso assoluto, ma fondi di venture capital con competenze verticali sui macrotrend tecnologici.
La ricerca di TEHA propone di orientare l’innovazione su quattro obiettivi misurabili: costruire ecosistemi tecnologici su scala globale, favorire l’upselling tecnologico del manifatturiero, aumentare la conversione della ricerca, incrementare il numero delle imprese innovative in Italia. Per farlo, ha elaborato delle proposte concrete.
- Riformare i criteri di valutazione della ricerca accademica. I criteri di Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) e di Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) dovrebbero includere anche le metriche di impatto industriale. I modelli non mancano: il Research Excellence Framework britannico assegna il 25% del punteggio all'impatto sociale ed economico; il francese Hcéres valuta le università sulla valorizzazione della ricerca e l'interazione con il tessuto produttivo; il tedesco Pakt für Forschung und Innovation lega i finanziamenti pubblici a obiettivi di trasferimento tecnologico.
- Potenziare le strutture di trasferimento tecnologico. Trasformare gli Uffici di Trasferimento Tecnologico (UTT) da uffici legali in centri di business development, con figure ibride capaci di fare scouting, matchmaking industriale e accompagnamento commerciale.
- Assegnare KPI agli enti pubblici di ricerca. CNR, IIT ed ENEA dovrebbero ricevere KPI misurabili rispetto a spin-off, brevetti e partnership industriali, eventualmente legando una quota del finanziamento pubblico al loro raggiungimento.
- Rafforzare l’ecosistema finanziario. Costruire o attrarre fondi di venture capital con competenze verticali sulle 5 tecnologie strategiche attraverso co-investimenti pubblici selettivi e programmi di matching con il tessuto industriale nazionale.