04 Settembre 2026
La sicurezza rappresenta oggi una priorità crescente e un impegno condiviso che coinvolge l’intero sistema-Paese. In uno scenario caratterizzato da minacce sempre più diverse e interconnesse, richiede un approccio capace di integrare tutela delle persone, resilienza economica e capacità operative dello Stato. È quanto emerge dal Position Paper “L'Italia come produttore di sicurezza. La filiera delle armi leggere tra interesse nazionale e sicurezza collettiva”, presentato da TEHA Group nell'ambito del 52° Forum TEHA di Cernobbio.
Il rapporto propone una lettura di questa priorità come bene pubblico multidimensionale, che comprende sicurezza della persona, sicurezza economica e sicurezza dello Stato. Nessuna di queste dimensioni può essere presidiata isolatamente: la capacità di produrre sicurezza dipende dal contributo coordinato dei diversi attori del sistema-Paese e costituisce una condizione essenziale per la competitività, la resilienza e la coesione nazionale.
La sicurezza entra tra le priorità
La successione di shock sistemici che hanno attraversato lo scenario globale nel nuovo millennio hanno progressivamente indebolito le condizioni di stabilità maturate nella fase post-bipolare: shock che non riguardano soltanto i conflitti armati, ma anche crisi finanziarie e sanitarie, nonché, soprattutto, l’intensificarsi delle tensioni geopolitiche tra grandi potenze. A partire dagli anni 2000, il World Uncertainty Index è aumentato di oltre il 1.300%, registrando a fine 2025 il massimo storico ed evidenziando come la percezione del rischio sia tornata a occupare una posizione centrale nell’agenda politica ed economica.
Nelle priorità dell’Unione Europea, ad esempio, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha posto la sicurezza e la difesa al centro del mandato 2024-2029, con il Libro bianco sulla prontezza della difesa europea, nel segno di un’Europa chiamata ad assumersi una responsabilità crescente della propria protezione. Questa trasformazione è ormai percepita anche dai cittadini. Nel 2019 la sicurezza occupava soltanto il 12° posto tra le priorità indicate dagli europei al Parlamento europeo; nel 2026 è salita al 3° posto, indicata dal 34% dei cittadini. Inoltre, per il 18% degli europei sicurezza e difesa rappresentano oggi la prima area sulla quale l’Unione Europea dovrebbe intervenire nel medio termine.
Sicurezza e difesa dal punto di vista degli italiani
Alla crescente centralità della sicurezza non corrisponde ancora, in Italia, una cultura-Paese altrettanto strutturata. Il Position Paper evidenzia un deficit di conoscenza, formazione e confronto che rischia di alimentare letture emergenziali o polarizzate del tema. Quasi 1 italiano su 2 non sa cos’è la NATO e solo il 20% degli italiani riconosce il ruolo delle attività di sicurezza e intelligence che hanno prevenuto attacchi terroristici in Italia. Anche l’offerta accademica restituisce questa distanza: nell’anno accademico 2025/2026 i percorsi magistrali riconducibili a difesa, sicurezza, intelligence, cybersicurezza, gestione delle crisi, geopolitica e rischi sono 19 in Italia, contro 42 in Francia, 64 in Germania e 84 nel Regno Unito.
Un ruolo centrale è svolto dall’informazione. L’81,1% degli italiani ritiene che i mezzi di comunicazione incidano significativamente sulla diffusione e sulla percezione della sicurezza, un valore cresciuto di 4,9 punti percentuali rispetto al 2022. Televisione e quotidiani tradizionali sono indicati come fonti affidabili dal 37,3% degli intervistati e i siti di informazione dal 29,2%, mentre le fonti istituzionali si fermano al 16,9%.
In questo quadro, un passaggio centrale è rappresentato dalla Strategia di Sicurezza Nazionale. Con il DPCM del 22 aprile 2026 l’Italia ha formalmente avviato il percorso verso la sua prima Strategia, chiamata a definire in una cornice unitaria interessi nazionali, priorità e strumenti di sicurezza. Il Position Paper propone di valorizzare questo percorso anche come strumento per costruire una responsabilità condivisa sulla sicurezza, rendendo gli indirizzi strategici più chiari e accessibili e coinvolgendo istituzioni, Forze Armate, industria, ricerca e società civile.
Il ruolo della filiera industriale
Accanto alla dimensione culturale e strategica, emerge una domanda concreta di capacità operativa: più di un italiano su 3 (36,1%) ritiene prioritario che gli operatori dispongano di mezzi, equipaggiamenti e strumenti tecnologici adeguati. Si tratta di una domanda cui il Paese può contribuire a dare risposta anche attraverso proprie capacità industriali, grazie a una filiera storica in grado di sostenere la continuità operativa dello Stato e la resilienza del sistema-Paese. Il Rapporto, realizzato con il contributo non vincolante di Beretta, offre uno spaccato della secolare filiera italiana delle armi leggere (le armi da fuoco progettate per essere utilizzate da una singola persona) che rappresenta un vero e proprio ecosistema produttivo altamente specializzato, caratterizzato da competenze tecnologiche, manifatturiere e professionali sviluppate nel tempo e distribuite lungo l'intera catena del valore. La disponibilità di una base industriale nazionale contribuisce non soltanto alla competitività del sistema produttivo, ma anche alla continuità operativa, alla tempestività delle forniture e alla riduzione delle dipendenze critiche in scenari di crisi.
Sotto questo profilo, l'Italia risulta il primo Paese europeo per numero di imprese attive nei principali segmenti della filiera, rappresentando il 50,7% delle aziende europee nel comparto delle armi leggere, il 25% nella componentistica e il 65,4% nel settore delle munizioni per uso civile, sportivo e venatorio. Secondo l'analisi, la filiera genera circa 8 miliardi di euro di valore economico complessivo e sostiene circa 88.000 occupati lungo il proprio ecosistema produttivo. Per dimensioni occupazionali, il comparto esprime un impatto superiore a quello di settori industriali di riconosciuta rilevanza come il farmaceutico e la fornitura di energia e presenta una massa critica paragonabile a quella di altre filiere ad elevata intensità tecnologica.
Le stime elaborate dall’Università di Urbino evidenziano inoltre un significativo effetto moltiplicativo generato dal comparto: secondo la metodologia adottata nello studio, il moltiplicatore del valore economico risulta pari a 1,8, indicando che ogni unità di valore generata dalla filiera produce ulteriori effetti economici nei settori collegati, contribuendo ad ampliare l’impatto complessivo del comparto sul sistema produttivo nazionale. Il moltiplicatore dell’occupazione, pari a 1,9, mostra come gli effetti della filiera si estendano ben oltre le imprese direttamente coinvolte nella produzione di armi, munizioni e componentistica, sostenendo attività a monte e a valle della catena del valore.
Si tratta di una filiera protagonista anche a livello internazionale, dove tuttavia si registra l’avanzata di nuovi produttori: la Turchia, in particolare, ha portato la propria quota sul valore delle esportazioni mondiali di armi leggere dal 10,9% al 16,9% tra il 2015 e il 2024, mentre anche Austria e Polonia hanno consolidato il proprio posizionamento. Nello stesso periodo, la quota italiana è passata dal 26,3% al 20,7%, pur mantenendo il Paese in una posizione di leadership a livello europeo e internazionale.
Il rapporto dedica particolare attenzione ai temi della tracciabilità, della trasparenza e dei controlli, individuati come elementi essenziali della capacità nazionale di produrre sicurezza. La ricerca sottolinea come la filiera operi all'interno di uno dei sistemi normativi più articolati a livello europeo, fondato su autorizzazioni preventive, obblighi di tracciabilità, verifiche tecniche e controlli sulle movimentazioni e sulle destinazioni finali dei prodotti. Tale impianto trova i propri riferimenti nel Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, nella Legge 18 aprile 1975, n. 110, che disciplina il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi, nella Legge 185/1990 e nella normativa europea di settore. Proprio la presenza di una filiera produttiva radicata sul territorio nazionale consente alle istituzioni competenti di esercitare forme di controllo continuative lungo l'intero ciclo di vita dei prodotti, dalla produzione alla commercializzazione fino alla destinazione finale, contribuendo a garantire elevati livelli di legalità, trasparenza e responsabilità. In questa prospettiva, la solidità dei controlli non limita la capacità industriale, ma ne è una delle condizioni poiché consente al comparto di operare con standard di legalità e trasparenza riconosciuti a livello internazionale.
"Lo Studio propone una riflessione sulla sicurezza come bene pubblico che riguarda la tutela delle persone, l'efficacia delle istituzioni, la resilienza economica e la capacità del Paese di preservare competenze strategiche nel tempo. Le evidenze mostrano l'importanza di sviluppare un dibattito fondato su dati, conoscenza e trasparenza, valorizzando il ruolo delle competenze industriali, dei sistemi di controllo e della tracciabilità che caratterizzano il modello italiano. La sicurezza è un tema che riguarda l'intera collettività e richiede una crescente capacità di dialogo tra istituzioni, imprese, mondo accademico e società civile" dichiara Lorenzo Tavazzi, Senior Partner e Responsabile dell'Area Scenari e Intelligence di TEHA Group.
"Il Rapporto – commenta Carlo Ferlito, CEO & General Manager di Fabbrica d'Armi Pietro Beretta – evidenzia come in Italia esista una filiera che rappresenta un patrimonio di competenze industriali, tecnologiche e professionali sviluppate nel tempo e che opera all'interno di uno dei sistemi di controllo più articolati e rigorosi d'Europa. Tracciabilità, autorizzazioni, verifiche e trasparenza accompagnano ogni fase della filiera e dimostrano come innovazione, responsabilità e competitività possano svilupparsi all'interno di un quadro normativo estremamente avanzato."