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AMBROSETTI CLUB ECONOMIC INDICATOR

La crescita del Paese si consolida ma non decolla

Gli indicatori di sentiment del Club The European House – Ambrosetti sulla situazione economica attuale e sulle prospettive per il mercato del lavoro evidenziano un leggero arretramento, e confermano come il nostro sistema economico non riesca realmente ad accelerare, o quantomeno a tenere il passo con le altre economie dell’Eurozona.

La crescita del Paese si consolida ma non decolla

Ripartono gli investimenti

Come dicevo in un precedente articolo proprio su Il Sole 24 Ore: ci siamo rimessi in “motorino”, non ancora in moto!.

Da ormai tre anni viviamo a crescita lenta. In questo periodo abbiamo assistito all’uscita di qualche dato economico positivo, che ha fatto crescere l’aspettativa verso una accelerazione. Alla pubblicazione del successivo la tendenza non è stata confermata e il risultato è quello che conosciamo tutti: una crescita per il 2017 che non decolla. È successo almeno 3 volte negli ultimi 3 anni: all’inizio del 2015, nei mesi a cavallo tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, e tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017.

In ognuno di questi momenti sembrava che l’economia italiana potesse essere finalmente a un punto di svolta. I segnali positivi, purtroppo, non si sono confermati e la crescita è rimasta asfittica. Soprattutto non è comparabile con quella delle principali economie dell’Eurozona. Le ultime stime della Commissione Europea per l’Italia indicano una crescita intorno all’1%, all’1,4% per la Francia, all’1,6% per la Germania, al 2,1% per l’Olanda e al 2,8% per la Spagna.

Gli indicatori di sentiment del Club The European House - Ambrosetti sulla situazione economica attuale e sulle prospettive per il mercato del lavoro evidenziano un leggero arretramento, e confermano come il nostro sistema economico non riesca realmente ad accelerare, o quantomeno a tenere il passo con le altre economie dell’Eurozona.

Le condizioni di contesto, peraltro, rimangono straordinariamente positive ed è lecito aspettarsi di più. La politica monetaria europea rimane fortemente espansiva. La BCE acquista 15 miliardi di Euro di titoli pubblici dell’eurozona a settimana e ha raggiunto i 4,25 trilioni di Euro di attivi in bilancio, pari al 40% dell’intero PIL dell’Eurozona. A confronto impallidisce anche la Federal Reserve americana. Tutta la politica di quantitative easing in USA ha portato gli attivi di bilancio della banca al 23,5% del PIL, la metà della BCE. I tassi di interesse rimangono da tempo ai minimi storici, alleggerendo i bilanci pubblici come il nostro che è gravato da un debito elevato. L’azione della BCE ci permette di collocare titoli pubblici a tassi negativi fino a 4 anni.  Il prezzo del petrolio rimane contenuto tra i 45 e i 50 dollari al barile, che in condizioni normali significherebbe una mini manovra espansiva. Il PIL mondiale è in accelerazione con stime di crescita sopra al 3%, livello che se confermato sarebbe il più alto dal 2010.

I fattori di incertezza e instabilità, pur presenti, sono al ribasso. Dopo il voto sulla Brexit e il risultato delle elezioni in USA, che potevano rappresentare la miccia per innescare un processo di disgregazione dell’Europa, le recenti elezioni in alcuni Stati chiave hanno segnato una battuta d’arresto per i movimenti contro l’euro e l’Europa unita. Nell’ultimo anno l’affermazione di Rajoy in Spagna, di Rutte in Olanda, di Van Der Bellen in Austria e la recente di Macron in Francia, ha al contrario posto le basi per una maggiore integrazione.

Dobbiamo trovare il modo di fruire di questi benefici e di un contesto globale positivo. È essenziale per l’Italia attuare le riforme strutturali per consolidare la capacità di tenuta del sistema, agganciandolo appieno alla ripresa internazionale, riducendo la disoccupazione e rilanciando la produttività.

Il sentiment della business community italiana circa le dinamiche del business rimane leggermente positivo, ma tra i vertici delle imprese che operano in Italia non emerge un forte e chiaro segnale di accelerazione dell’attività economica.

I nostri indicatori sono costruiti sulla base dei risultati ottenuti da una indagine realizzata su oltre 350 imprenditori, amministratori delegati e rappresentanti dei vertici aziendali delle più importanti società italiane e multinazionali che operano nel nostro Paese. Con cadenza trimestrale otteniamo informazioni sulla visione della business community italiana sul proprio business a 360 gradi, sugli investimenti in programma, sull’andamento delle vendite e sull’evoluzione degli occupati nei rispettivi settori.

Valori sopra lo zero indicano un sentiment positivo e si prevede una espansione dell’attività economica, viceversa valori sotto lo zero indicano sentiment negativo e si prevede una contrazione dell’attività economica.


Valutazione della situazione attuale del business

A giugno l’indicatore di sentiment sulla situazione attuale dell’economia segna 28,3 punti in leggera discesa rispetto ai 30,9 di marzo e ai 31,7 di dicembre quando raggiunse il record storico. I valori rimangono positivi, ma con trend in leggera discesa. Gli imprenditori e i manager della nostra business community confermano quindi un quadro economico di modesta crescita che prosegue a ritmi contenuti.


Previsione sul mercato del lavoro a 6 mesi

Sul fronte dell’occupazione il sentiment peggiora ulteriormente e si attesta a 4,7, poco sopra lo zero. In discesa rispetto ai 9 punti della rilevazione scorsa di marzo e ai 12,7 punti di dicembre. Siamo tornati quasi ai valori minimi degli ultimi 2 anni.

Come nel caso precedente, il dato rimane positivo, anche se in modo molto contenuto. A conferma di quanto ha evidenziato il nostro indicatore l’anno scorso, cioè di leggera crescita del mercato del lavoro, la disoccupazione è scesa questo mese all’11,1%, dal 11,6% del giugno 2016.


Previsione sugli investimenti a 6 mesi

Sul fronte degli investimenti, invece, il sentiment è molto più positivo. L’indicatore raggiunge il livello di 29,3, dai 25,8 di marzo, non troppo distante dai livelli massimi del dicembre 2016. Questo dato è importante, a fronte del fatto che gli investimenti si traducono nel medio periodo in aumento di produttività e competitività.


Conclusioni

Mi ha molto colpito il recente report sulla redistribuzione del reddito in Italia pubblicato dall’Istat. Emerge un risultato su cui noi tutti dobbiamo riflettere seriamente e in fretta. L’intervento pubblico sui redditi che si compone di tasse, deduzioni e detrazioni abbatte drasticamente il rischio di povertà delle famiglie anziane, mentre le coppie giovani e quelle adulte con minori, dopo l’intervento pubblico, sono più esposte al rischio povertà. Nello specifico, il sistema di redistribuzione pubblica fa aumentare il rischio di povertà per i giovani nella fascia di età dai 15 ai 24 anni (dal 19,7, prima dell’intervento, al 25,3% dopo l’intervento) e per quelli dai 25 ai 34 anni (dal 17,9% al 20,2%). Non credo sia sostenibile a lungo una situazione di questo tipo.

In questo contesto, durante gli incontri che regolarmente teniamo con la nostra community di imprenditori e amministratori delegati emerge, con forza, come una piena ripresa economica del Paese debba passare, oltre a un coinvolgimento dei giovani nel mondo del lavoro, attraverso altri due elementi chiave: la riduzione del divario Nord-Sud e l’allargamento della crescita a tutti i settori economici.

Non ci potrà essere una ripresa del Paese se il Mezzogiorno continuerà ad avere un prodotto interno lordo pro-capite uguale a meno della metà di quello della Lombardia. La nostra economia si regge sui consumi che rappresentano oltre il 60% del PIL. Se metà del Paese non ha capacità di spesa, i nostri tassi di crescita medi saranno sempre inferiori a quelli degli altri Paesi Europei. Così come non ci potrà essere una ripresa del Paese basata solamente sull’export e sulla forza del manifatturiero che rappresenta con il 16,5% una quota importante, ma certamente minoritaria del PIL. Serve allargare la crescita ai settori penalizzati in modo particolare dalla crisi. Ad esempio solamente le costruzioni hanno perso, dal 2008, quasi 550 mila posti di lavoro, pari a quasi il 25% della forza lavoro totale del settore. È necessario recuperare spinta in tutti i settori economici.

Manifattura, export, Milano e Nord Italia sono i nostri punti di forza, ma da soli non garantiscono una crescita di lungo periodo.



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