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Le tecnologie alla base della Circular Economy: sfide e opportunità per l'ecosistema dell'innovazione italiano

Circular Economy: cosa significa questo termine? Qual è la differenza con i modelli di business adottati fino ad oggi dalle aziende? È stato questo il tema al centro del primo incontro della InnoTech Community 2019 organizzato da The European House – Ambrosetti insieme ad Enel il 5 febbraio 2019 a Roma, presso Villa Lazzaroni.

Le tecnologie alla base della Circular Economy: sfide e opportunità per l’ecosistema dell’innovazione italiano

Circular Economy: cosa significa questo termine? Qual è la differenza con i modelli di business adottati fino ad oggi dalle aziende? È stato questo il tema al centro del primo incontro della InnoTech Community 2019 organizzato da The European House – Ambrosetti insieme ad Enel il 5 febbraio 2019 a Roma, presso Villa Lazzaroni. All’incontro hanno partecipato aziende nazionali ed internazionali che hanno riconosciuto nella collaborazione e nello scambio di opinioni un importante fattore di crescita.

Alberto Di Minin, Associate Professor di Management presso la Scuola Superiore Sant’Anna, ha raccontato che il concetto di Circular Economy è nato in Inghilterra nel 1989, sviluppato dall’economista David Pearce, Professore di Economia presso la UCL e dall’ecologista Kerry Turner. A sua volta, questo nuovo paradigma, era scaturito dall’implementazione di un’idea dell’economista Kenneth Boulding che nel 1966, per la prima volta, parlò di “Open Economy”, ossia di un’economia in cui le risorse sono rese illimitate grazie al riutilizzo di output nel ciclo produttivo. Il modello di business della Circular Economy si discosta dal modello classico “lineare” proprio perché le risorse, al termine del proprio ciclo di vita, si trasformano nuovamente in input da utilizzare nel processo di creazione di valore. Grazie al piano di azione[1] realizzato dalla Commissione Europea nel 2015, le imprese dell’eurozona abbracciano sempre di più i principi della Circular Economy. Gli effetti di questa transizione avranno risultati dirompenti dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. Secondo alcuni studi[2] il passaggio all’Economia Circolare porterà una crescita della produttività del 3% annuo e alla generazione di un guadagno aggregato di circa $1.8 trilioni/anno. Questi benefici comporteranno non solo una crescita economica, ma anche un incremento dei posti di lavoro, una progressiva indipendenza dalle fonti di energia fossili e una riduzione dei rifiuti. L’importanza del passaggio verso un’economia ecosostenibile è significativa, soprattutto in un momento in cui si assiste ad una crescita esponenziale della popolazione mondiale con un conseguente aumento del consumo delle risorse del pianeta – la Terra è un ecosistema chiuso in cui le risorse sono limitate e un loro utilizzo irrazionale non è sostenibile.

 

Figura 1. Rappresentazione del modello di business lineare vs. circolare. Fonte: elaborazione The European House – Ambrosetti su dati Culture of Repair, 2018

Ernesto Ciorra, Head of Innovability di Enel, ha raccontato come la strategia di innovazione che Enel sta portando avanti sia quella di creare una rete globale di Innovation Hub, dei “laboratori” che hanno l’obiettivo di intercettare le soluzioni più innovative che vengono sviluppate negli hotspot di tutto il mondo. Uno dei punti di forza del progetto consiste nell’assenza di una scala gerarchica; una volta validata un’idea, infatti, è possibile raggiungere rapidamente chi autorizza le implementazioni, accorciando sistematicamente le tempistiche. Il business model dell’azienda riveste un ruolo fondamentale nel permettere la riuscita di tale meccanismo. Il Dott. Ciorra ha spiegato come un’azienda che decide di cambiare paradigma ed abbracciare i principi di Open Innovation e Circular Economy, per poter recepire i vantaggi generati da questi processi deve per prima cosa cambiare la propria struttura interna.

Luca Meini, Head of Circular Economy di Enel, ha spiegato che alla base della cultura aziendale e cardine del business model di Enel vi sono i concetti di Innovability e di Open Power. Il primo termine può essere spiegato come l’unione di innovazione e sostenibilità; grazie all’iterazione di queste due “forze” si raggiungono nuovi potenziali per cambiamenti disruptive. Il secondo termine è l’applicazione del concetto di Open Innovation teorizzato da Henry Chesbrough, secondo cui un’azienda per sopravvivere e prosperare nel mercato odierno deve essere capace di creare nuovi prodotti e servizi utilizzando stimoli e idee provenienti dall’esterno; nel caso di Enel gli Innovation Hub sono un chiaro esempio di questo paradigma.

Un esempio di trasformazione del proprio business model viene da Cisco, che ha intrapreso un processo di trasformazione e riorganizzazione negli ultimi anni per mantenere la propria leadership sul mercato. Agostino Santoni, Amministratore Delegato di Cisco ha spiegato che la trasformazione è stata un elemento chiave per affrontare nuove sfide nei dipartimenti dove l’azienda ha deciso di intervenire: operations e supply chain. In particolare, nel primo campo si è cercato di creare nuovi design dei prodotti per garantire un minore utilizzo di componenti plastici e permetterne il riciclo. Per quanto riguarda la supply chain, la direzione presa è stata quella di introdurre un processo per diminuire le emissioni di CO2.

L’importanza di questa fase è chiara, ad esempio Antonio Dentini, Responsabile Governance e Suppliers Management Global Procurement di Enel, ha spiegato che l’utilizzo di input sostenibili è stato un passo inevitabile per la sua azienda e per favorirlo è stato fondamentale creare dei protocolli e degli standard di misurazione per i fornitori. Questo ha portato vantaggi sia per questi ultimi, che hanno avuto un paradigma da rispettare, sia per l’azienda, che ha potuto misurare meglio le performance nel processo di supply chain. Misure simili sono state adottate anche da aziende come Novamont e BASF che hanno entrambe deciso di incrementare l’utilizzo di energie rinnovabili per migliorare le proprie performance ambientali.

Il Dott. Santoni ha rivelato che l’implementazione di tali soluzioni è stata possibile solamente grazie alla collaborazione aperta e alla continua ricerca di nuovi partner. Per questo motivo suggerisce di lanciare un’iniziativa comune per creare un ecosistema di smart-cities con al centro i cittadini, implementato a livello città/regione e con servizi di economia circolare.

Tra gli altri fattori chiave che un’azienda deve considerare per migliorare le performance in tema di economia circolare c’è il ruolo della finanza; è evidente che senza capitali, anche l’investimento più promettente e l’idea più disruptive siano destinati ad avere vita breve. Su questo tema è intervenuto Claudio Zara, Professore e Ricercatore presso il Dipartimento di Finanza dell’Università Bocconi, spiegando l’importanza del capitale finanziario come fattore abilitante del cambiamento. Un problema concreto per tutte le aziende alla ricerca di fondi per progetti altamente innovativi è che gli operatori sono incapaci di valutare il rischio, e senza una conoscenza tecnica, preferiscono non investire. Sono quindi fondamentali la comunicazione e la disclosure delle informazioni pertinenti, per far comprendere agli investitori le potenzialità di un’innovazione, i benefici e altre informazioni. Bisogna ricordarsi che gli operatori del mercato finanziario operano seguendo il “Paradigma delle 3R”: Risk, Revenue e Reputation. Secondo studi recenti l’economia circolare può portare contributi positivi su tutti e tre gli aspetti; abbassa infatti sia il rischio sistematico di un’economia sia quello specifico, crea nuove fonti di ricavi e, infine, può incrementare la reputazione del soggetto finanziatore per aver sostenuto un progetto ad alto valore sociale (es. CSR). Per concludere l’analisi del rapporto finanza-innovazione il Prof. Zara consiglia di “efficientare” la comunicazione delle seguenti informazioni:

  • valori economici e come cambiano;
  • struttura dei ricavi;
  • struttura dei costi operativi;
  • investimenti;
  • ritorno sull’investimento.

Come mai un’idea nata negli anni ’80 sta diventando così interessante per aziende e istituzioni soltanto di recente argomento di interesse per governi, organismi internazionali ed aziende? La motivazione principale va ricercata nello sviluppo tecnologico. Quando venne concettualizzata per la prima volta la Circular Economy non esistevano ancora le conoscenze tecniche necessarie alla sua implementazione. Il Dott. Meini ha spiegato come Enel abbia saputo sfruttare il proprio know-how tecnico per diventare prima leader nel settore energetico e successivamente ampliare il proprio business a 360°. Esempi concreti di Circular Economy sono gli interventi mirati alla chiusura dei cicli e all’approfondimento del concetto di nuova economia (es. la subscription economy: non si compra più un oggetto, ma lo si utilizza pagando una fee). In questo contesto è fondamentale la misurazione dei risultati raggiunti, per questo Enel ha sviluppato una serie di KPI ad hoc per essere sempre in grado di valutare la direzione in cui sta andando.

Anche Michele Falce, Responsabile Sviluppo Filiere Agricole di Novamont ha portato la testimonianza di come le nuove tecnologie abbiano consentito all’azienda di ridurre sostanzialmente il proprio impatto ambientale. Novamont opera nel settore chimico, dove le scoperte scientifiche giocano un ruolo chiave. Le ricerche intraprese dal Centro Ricerche Biotecnologie Industriali dell’azienda hanno portato alla creazione di nuovi processi industriali grazie ai quali è stato possibile riutilizzare scarti di produzione come nuovi input. Inoltre, sono stati sviluppati nuovi materiali, in particolare alcune bioplastiche, con caratteristiche organiche tali da permettere di accelerare il processo di biodegradazione, riducendo significativamente gli effetti inquinanti generati dalle plastiche standard.

L’utilizzo di fonti rinnovabili viene ripreso anche da Astrid Palmieri, Sustainability Coordinator di BASF, l’azienda tedesca che ha creato due paradigmi: il primo “Close The Loop” che mira a riutilizzare risorse giunte a fine vita per reinserirle nel ciclo produttivo (es. l’azienda è riuscita a produrre bio nafta partendo da rifiuti organici sfruttando un processo chimico – questo combustibile viene utilizzato al posto di quello prodotto da fonti fossili); il secondo “Keep It Smart” che consiste nell’ottimizzazione dell’efficienza delle risorse sfruttate nel ciclo produttivo e che ha permesso di ridurre notevolmente il consumo di energia e le emissioni di CO2.

Un ultimo punto sottolineato dal Dott. Ciorra riguarda l’importanza delle persone: si parla in questo caso di “circularity of people”. Non è infatti possibile raggiungere nuovi livelli tecnologici senza pensare all’impatto di queste innovazioni sul tessuto sociale. Il timore degli effetti della tecnologia sui posti di lavoro si è manifestata per la prima volta nella seconda metà del XVIII secolo durante la prima Rivoluzione Industriale e si è accentuato con l’avvento della Seconda. In entrambi i casi le nuove tecnologie presero il posto di molti lavoratori che furono costretti a ricollocarsi in nuove aree geografiche e nuovi settori. Oggi si teme che i robot e gli algoritmi di Intelligenza Artificiale possano sostituire molta forza lavoro, in particolare quella impegnata in lavori di routine. Nel caso di Enel l’implementazione della mobilità elettrica porterà alla chiusura delle stazioni di rifornimento di carburante e delle officine meccaniche – le auto elettriche hanno bisogno di meno manutenzione, avendo poche parti meccaniche soggette ad usura. È importante che gli attori delle nuove rivoluzioni tecnologiche pensino anche alla gestione dei problemi sociali che emergeranno dall’introduzione di nuovi fattori produttivi. Soltanto in questo modo, secondo il Dott. Ciorra, si potrà raggiungere un livello di benessere condiviso in tutto il tessuto sociale.

Sono stati portati esempi interessanti di alcune aziende impegnate a raggiungere risultati sia economi che sociali. A questo punto è lecito chiedersi se non ci siano ostacoli in questa “cavalcata”. È difficile pensare che, in un paese in cui le prospettive di crescita del PIL per il 2019 sono prossime allo zero, si riesca ad avere un ecosistema fiorente al pari di altre economie.

In Italia però c’è una carenza di cultura improntata all’innovazione e può capitare di incontrare difficoltà nell’ottenere finanziamenti o nell’avere il supporto delle istituzioni di mercato e nazionali, come successo a Fujitsu. Questo fenomeno purtroppo è un fattore frenante per l’Italia, dove a differenza dell’Olanda (esempio portato dal Prof. Zara), il Governo, le aziende e le istituzioni finanziarie non si muovono in maniera coordinata. Abbondano purtroppo le testimonianze di imprenditori che evidenziano le difficoltà burocratiche, le tempistiche e le incertezze autorizzative presenti in Italia. Tutto questo insieme di fattori negativi porta, fin troppo spesso, imprenditori ed aziende ad abbandonare progetti con potenziali effetti positivi a livello di sistema-Paese.

È emersa l’importanza del modello di business nel processo di innovazione per poter arrivare alla piena implementazione del modello di Circular Economy. Vista la complessità dell’ecosistema attuale e le enormi sfide a cui le aziende sono esposte, è anche necessario collaborare al fine di ottenere risultati win-win sia in termini economici, sia dal punto di vista sociale. Nei prossimi anni le sfide abbracceranno sia aspetti tecnologici che aspetti legislativi e sarà quindi importante che aziende e Istituzioni lavorino insieme al fine di raggiungere risultati ottimali nella creazione di un ecosistema attivo e stimolante. Raggiungendo delle implementazioni a livello sistemico molte più aziende saranno invogliate ad iniziare la transizione verso nuovi modelli di business e questo porterà benefici a più stakeholder.

SPUNTI EMERSI

Sfruttare la piattaforma ed il network della InnoTech Community per lanciare un’iniziativa condivisa volta a creare un ecosistema di smart-cities incentrato sui cittadini, che venga implementato a livello cittadino o regionale e che utilizzi il paradigma della Circular Economy.


Si ringraziano, per la stesura di questo Report: Alberto Di Minin, Valentina Cucino, Gherardo Montemagni

Note

[1] Le misure, che entreranno in vigore entro il 2030, mirano ad incidere sull’intero ciclo di vita dei prodotti con l’obbiettivo di migliorare l’efficienza e l’utilizzo di risorse. Ad esempio, alcuni provvedimenti mirano a ridurre il 70% dei rifiuti urbani e l’80% dei rifiuti da imballaggio.

[2] Fonte: elaborazione The European House – Ambrosetti su dati Ellen MacArthur Foundation, European Commission, 2018


                


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